La gente del Sessantotto

Torino, i giorni del grande smog.

Il PM10, a Torino, devi potertelo permettere. Noi, evidentemente, non possiamo. Le nostre auto sono troppo vecchie per poter circolare nei giorni del blocco, i parcheggi ormai costano più del nostro affitto di casa.

Questa pioggerella che inizia a cadere è una benedizione per la città intera.
Un po’ meno per noi, che aspettiamo un bus da venti minuti.

Siamo in tanti, sempre di più, accalcati nell’ora di punta gelida e buia. Non ci conosciamo. Cerchiamo di stringerci sotto la pensilina, mentre macchine nuove di zecca ci spruzzano sfrecciandoci davanti, intrudono i nostri bronchi delle loro polveri rade. Non esistono divieti per loro, né zone a traffico limitato che non basti pagare, né parcheggi troppo cari. Anzi, in questi giorni di blocco, senza i catorci dei poveri in giro, forse non cala lo smog ma si viaggia che è una meraviglia. Fosse sempre così!

Da mezz’ora aspettiamo, e ormai merda piove sui nostri volti silvani, piove sulle nostre mani ignude, i nostri vestimenti leggieri si inzuppano di acqua impastata a PM10.
Finalmente, l’emergenza è finita.
Ed è allora che all’orizzonte, in fondo al corso, compaiono gli occhi luminosi di un bus.

È il 68?

È lui! È lui!!!

Biglietti alla mano.
Ma ancor prima che il bus si fermi, dietro la luce appannata dei vetri, ci accorgiamo della situazione: il mezzo è già zeppo di mezz’ora e più di poveri stronzi, incastrati l’uno nell’altro come al vecchio gioco del Twister. Sotto la pensilina i muscoli si tendono.

E appena il portellone si apre, parte l’orda disperata. Non tutti riusciranno ad entrare, nemmeno dovessimo comprimerci le casse toraciche fino a sfondarle. Qualcuno aspetterà un’altra mezz’ora, arriverà che la cena è già sparecchiata, il film già iniziato.
Pazienza.
Ma in quell’attimo nessuno ha quella pazienza.

Se hai un po’ di considerazione di te stesso, lasciala a terra: sul bus non c’è spazio.
Se hai un ego ingombrante, pagagli un taxi.
Se hai una dignità, dalle appuntamento a casa, più tardi.
Perché sul bus ci sali così, corpo selvaggio su corpi selvaggi.

Mi sento sospinto verso l’interno da due braccia d’acciaio, da una voce acuta che grida in un parossismo di disperazione:

I miei figli! Fatemi entrare, vi prego, sono una madreee! Ho dei figli che aspettano!

Non riesco a girarmi, a spostarmi, a tenere un equilibrio. Travolgo una vecchietta: cadrebbe, forse si romperebbe il femore e ne morrebbe dopo una lunga degenza, se non rinculasse su altri mucchi di membra pressate. Le porte ad un tratto si chiudono, a dividere il salvato dal sommerso, il figlio dal padre, la nuora dalla suocera. (Mt 10,34).

Sento dietro di me, vicinissima al mio orecchio, la voce della Madre di prima. Mi prega:
«Signore, mi perdoni. Non volevo spingerla. Non volevo alzare la voce. Mi creda, io non sono così».

Le credo. Dalla voce la immagino bionda, sui 40, elegante a suo modo, un po’ in carne: schiacciato come sono non posso voltarmi.

«Come le bestie…» filtra una voce nella catasta di carni.
«Peggio! Gli animali è vietato trasportarli così, ci sono delle leggi» risponde un’altra.
«Soprattutto, le bestie non pagano un abbonamento», ribatte una voce matura, che sembra venire dal basso.

Tutti ridono. Non siamo bestie: le bestie non ridono.
Siamo invece le migliori persone di questa città.

Di quanta educazione, di quanta virtù c’è bisogno per stare così, fiati nei fiati, piedi sui piedi, pance su schiene, pubi contro pubi, ombrelli nei culi, e ridere ancora? Ci passiamo avanti e indietro i biglietti da obliterare, e li restituiamo, facciamo largo a un uomo con le stampelle, scendiamo, lo sorreggiamo, e torniamo a incastrarci.

La vecchietta mi abbraccia alla vita, mi chiede:
«Posso? Non so come fare a tenermi»
«Prego» rispondo.

Io sono riuscito, allungandomi, ad agguantare una sbarra. La mia mano scorre sul gelido acciaio, e ne incontra un altra, venuta chissà da dove. Il contatto è morbido, tiepido, quasi una carezza. Le nostre dita, d’istinto, sembrano cercarsi, pur senza conoscersi. Seguo, non senza fatica in quell’intrico, il braccio a cui quella mano appartiene. E a una curva, vedo il suo viso.
E’ un tamarro di un metro e ottantotto, tatuaggio sul collo con motto da ultras.
«Scusa», gli accenno impaurito.
Ricambia con un’espressione che significa ben più di una parola. Anzi, ne significa quattro:
«Che ci vuoi fare?»
Vorrei ringraziarlo per la sua indulgenza facendo spallucce, ma nell’alzare la spalla sento uno schiocco secco, denti contro denti.

Sclok!

E’ la Madre, che aveva infilato il mento sopra la mia clavicola credendola un posto sicuro.
«Mi scusi!», urlo senza voltarmi.
«Si fifuri!». Dev’essersi morsa la lingua…

Dritti avanti a me, un uomo e una donna di mezz’età stanno, lentamente, per baciarsi. Li ho visti salire a fermate diverse. Si sono trovati incollati in piedi, uno di fronte all’altra. Sulle prime, per buona creanza, hanno girato la testa in direzioni diverse, ciascuno alla sua destra, orecchia contro orecchia, come ascoltassero l’una i pensieri dell’altro. Poi, quasi simultaneamente, si sono voltati entrambi verso sinistra, e il loro nasi si sono sfiorati. Ora hanno preso coraggio, e guardano ciascuno di fronte a sé. Le loro labbra non distano più di tre dita, basterebbe allungare le lingue, e a nessuno dispiace. Anche questo è il nostro 68: amore libero.

Su Facebook, intanto, compare un selfie della sindaca in bici, sorridente sotto la frase

E mollatele queste maledette auto, che ci vuole?

Fortuna che non c’è abbastanza spazio per tirar fuori lo smartphone. Fortuna che siamo la gente più educata di questa città.

Ebbi anch’io, un tempo, una bici. Me la rubarono.
Allora ne presi un’altra. La legai. Me la sottrassero.
Ne comprai una terza. La incatenai. Me la trafugarono.
Ne volli una ancora: La blindai. Me la fottero. Pardon: me la fotterono.

Me ne andai dunque dal vigile urbano, intento a far multe lì poco lontano. Vanto di questa città è l’aver triplicato le multe (soprattutto divieti di sosta) al grido di “strade sicure”.

«Vigile, mi hanno rubato la bici, proprio lì»
«Ah»
Poi, sembrandogli forse di essere stato troppo sbrigativo:
«Com’era?»
«Dunque: era blu, aveva…»
«Ok, ok, basta così»
«Ma se non le spiego com’era – domando, ingenuo – come fa a riconoscerla solo dal blu?»
«Tanto a quest’ora non è neanche più blu. Non c’è niente da fare».
«Sì, ma vede… – prendo un tono da film – si dà il caso che avessi legato la bici sotto quella telecamera. Sicuramente dalle immagini si vede chi l’ha presa».

Smette un attimo di controllare le righe dei parcheggi e mi stupisce con un periodo ipotetico :

«Se anche guardassimo quelle immagini. Se anche volessimo – e parlo per assurdo – utilizzare delle telecamere di sicurezza a scopo di sicurezza. Se anche si riuscisse a vedere perfettamente in faccia il ladro…tanto a quello chi lo riconosce?»
Già. Non ci avevo mai pensato.
«Quindi è perduta?» domando.
«Tutt’altro! Vai domenica al mercato dell’usato, la trovi lì di sicuro. Vai dal tipo che la vende, gli metti in mano 30 euro e te le ripigli. Male che ti vada, l’hanno pittata di rosa».

Ora, cosa dovrebbe fare un uomo perbene a cui un uomo di legge suggerisce di ricomprare in nero da un ladro qualcosa che era già suo? Probabilmente, entrare in Comune con una bomba sotto il giubbotto. Privare quel vigile del piacere della deambulazione. O almeno, rubare a sua volta una bici.

Io, invece, ho acquistato un biglietto del bus. E mi sono accorto che il prezzo è aumentato.

Così, eccoci qui: persone civili tra gente civile, biglietto alla mano, nei giorni della PM10. Umiliati, forse, avviliti, ma sempre educati: «mi scusi» «scende?» «permesso?». Potremmo odiare chi ha un poco di pancia, chi porta lo zaino, puntare i gomiti, conquistare centimetri: ma non siamo i tipi.

Siamo i poveracci a impatto zero, stretti nella pallida consapevolezza che avremo magari, anche, al limite, una Vita di Merda, ma perlomeno non inquiniamo.

A dirla tutta, centocinquanta metri dietro di noi c’è un altro 68, completamente vuoto, completamente inutile, che sforna C02 a quintali pur di poter dire

Passiamo ogni 15 minuti. In media.

Noi, però, il secondo 68 da qui non lo vediamo. E se anche si vedesse, reagiremmo con un’alzata di spalle.

Sclok!

«Mi scusi di nuovo!»
«Si fifuri!»

Eppure vorremmo, in fondo, inquinare un pochino anche noi. Se solo potessimo, una volta o l’altra: per sentirci uno, anziché un ammasso di gente indistinta.

Prendere il SUV e sfrecciare, l’aria tiepida e asciutta, il motore
che romba, salire in collina.
Guardare dall’alto la cappa di smog
sul terrazzo e poi dirci
tra un sorso e l’altro di centrifugato

«Torino mia, come siamo ridotti».

 

selfie di corrado trione su un bus torinese affollatissimo

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2 Commenti
  • Alessio Trione
    Gennaio 21, 2020

    Me ra vi glio so !!!!!

    • Laura
      Gennaio 22, 2020

      Se non fosse tutto così vero….

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