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Cari compaesani, vergognatevi

Due settimane fa sono stato scrutatore ai seggi nel paesino del Canavese in cui sono nato e cresciuto. Abbiamo finito lo scrutinio lunedì sera. Martedì mattina ho avviato la procedura per il cambio di residenza.

Non vado in un posto migliore. Vado semplicemente in un altro posto.

Ho dedicato molta della mia carriera a cercare di portare la cultura in Canavese, e i risultati si vedono.
Su buona parte delle schede delle regionali ci ho trovata scritta, con grafia incerta, roba tipo: “Savini”. Il problema non è tanto che ai miei compaesani piaccia Salvini, e nemmeno tanto che Salvini si scriva con la elle. Il problema è soprattutto che Salvini con la elle alle regionali del Piemonte non era (ovviamente) tra i candidati. Verrebbe da pensare che in molti abbiano votato senza neppure sapere per cosa.
Alle comunali, poi, sono riusciti a scrivere sbagliato il nome del sindaco, del loro vicino di casa e addirittura (ho il sospetto ma non le prove) il loro stesso nome.

Non avete scuse, concittadini. E ve lo dico perché per 30 degli ultimi 35 anni sono stato lì con voi, senza nessuna particolare dote o privilegio, e dunque so con certezza che avreste potuto e dovuto essere migliori.

Mentre voi scrivete con difficoltà Savini sulla scheda delle regionali, a poco più di 30 km da lì, a Torino, migliaia di giovani di famiglie normalissime stanno approfittando della domenica per studiare, nella speranza di formarsi quanto basta da trovare un posticino nello spietato mondo del futuro. Tanti professionisti preparano conference call con colleghi dall’altra parte della Terra, senza che a nessuno sfiori nemmeno per un attimo l’idea che ci sia una differenza di razza o di sangue con il proprio interlocutore. Altre persone visitano musei, vanno a teatro, partecipano a dibattiti, curano malattie rare in collaborazione con team internazionali, programmano intelligenze artificiali. In città la Lega prende molti meno voti: sarà un caso? Forse. Di certo però non è un caso che non ne prenda nessuno “Savini”.

Mentre, negli ultimi 30 anni, avete disimparato le nozioni di base di ogni bambino delle elementari, non vi siete accorti che ai vostri stessi figli un paio di master non garantiscono un avvenire tranquillo. E non per colpa degli immigrati clandestini (non me ne risultano molti con due master), ma perché nel frattempo il Mondo è diventato particolarmente esigente.

Non è detto che un posto in questo mondo si conquisti con i titoli di studio, è vero. Basta essere delle persone, come la maggior parte di quelle che mi sono amiche, che non solo si spaccano la schiena, ma si adoperano anche per essere cittadini informati e lavoratori formati, aggiornandosi di continuo per mantenersi sempre all’altezza di ciò che fanno e che desiderano. Ci mettono impegno, un sacco di impegno, per non restare indietro.

Voi che nel 2019 “i ricchioni sono contro natura” (cit.!) siete indubbiamente rimasti indietro. Ed è dalla vostra mancanza di impegno che nasce il razzismo. Avete meno efficienza e accuratezza del più rudimentale computer degli anni 80, meno forza fisica della più arrugginita carriola e meno preparazione culturale del più stronzo dei migranti appena sbarcati a Lampedusa.

Se la vita si basasse su una scala di merito sareste spacciati.

Eppure pretendete di avere ancora dei privilegi, in virtù del solo fatto di essere di razza italiana, di essere del Nord. E dietro a questo pensiero, che è la sintesi del razzismo, c’è l’idea che l’altra Italia, quella della città, dell’innovazione e dello studio, debba lavorare per tenervi a galla.

Contate sul fatto in Italia ci siano persone abbastanza preparate da programmare e mettervi in mano smartphone potenti e connessioni stabili, che userete per dare loro dei “radical chic” e per scrivere puttanate sui social (che non sapete usare).
Essere italiani resterà un privilegio solo finché in Italia rimarranno persone in grado di fare le leggi che vi tutelano, di curarvi con tecniche all’avanguardia quando vi ammalerete, di istruire i vostri figli, di amministrare i vostri risparmi, di scrivervi le serie tv, di spiegarvi cosa mangiare, di interfacciarsi con il mondo globale. Sono queste persone, che voi chiamate con disprezzo “professoroni”, a portare con pazienza il peso di chi è rimasto troppo indietro. Perché, se fosse solo per voi, il nostro paese sarebbe peggio del Burundi.

Se fosse per voi il nostro amato Canavese non sarebbe che una zavorra della città, le province in generale un peso per tutto il Paese. Altro che i migranti.

Nei giorni scorsi il Canavese, ahimé, è tornato protagonista delle cronache nazionali.
Poveri noi: per quanto ci impegniamo a organizzare bene le tappe del Giro d’Italia, finiamo sempre in prima pagina per specialità tipo frati bastonati, risse in consiglio comunale, incendi dolosi, infiltrazioni mafiose, professoresse ammazzate e, come in quest’ultimo caso, ladri fucilati per strada.

La colpa, in questo caso, è in gran parte dei media.
Peccato che, con gli occhi dell’Italia intera addosso, i miei compaesani si siano messi ad esultare pubblicamente per la tristissima notizia del ladro ucciso e del tabaccaio derubato.
Non sto parlando delle attestazioni di solidarietà, che si possono capire, ma proprio di commenti di gioia incontrollata sui social, di fronte al cadavere ancora caldo di un ragazzo e a un uomo già pentito che sarà costretto a fare i conti coi suoi rimorsi per molto tempo.

Ho letto migliaia di “bravo!1!” “a fato bene” “bella notizzia!” “doveva ammazarli tuti e tre!”, “final mente uno di meno” .
Così i canavesani in blocco, anche le tante (troppe) persone perbene che ancora non sono scappate, hanno dato universalmente un’impressione da paese barbaro, dove la disumanità è superata solo dall’ignoranza.

Lo so: non siamo messi peggio di tante altre province, o della maggior parte delle periferie. Ma per me è insopportabile che proprio voi, coi vostri balconi fioriti, i vostri saluti per strada, i vostri nomi familiari, voi che siete quelli che invito a teatro, con cui mi stringo sul treno affollato, con cui sono cresciuto, siate diventati quel genere di belva da tastiera che invoca il sangue di chi sbaglia.

Proprio in queste settimane, ad anni luce da qui (ovvero a Torino) sto collaborando a un grande progetto culturale rivolto ai carcerati.
Lasciamo perdere la teoria: non ci siete portati. Altrimenti sapreste che la nostra Costituzione, ovvero la base del nostro essere italiani, accogliendo riflessioni maturate in secoli di storia occidentale recita :

“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.”

Parliamo piuttosto dei detenuti in carne ed ossa, che ho avuto modo di conoscere. Quasi tutti hanno alle spalle reati ben più gravi del furto, eppure sono tornati ad essere persone di valore scontando una pena anche molto dura e in un contesto difficilissimo.
Sono diventati raffinati scrittori, bravi attori, abili artigiani, conversatori simpatici, uomini sensibili, cittadini consapevoli, credenti devoti, amici leali, persone oneste.
Sono mani, voci, emozioni e sguardi che, se fosse per voi, sarebbero già morti e sepolti da anni con un processo sommario e bel colpo in testa, da somministrare con la stessa leggerezza di un commento sparato sui social.

Incontrare questi detenuti mi ha confermato qualcosa di importante, e cioè che proprio tutti, sempre, in ogni momento della vita, possono ancora migliorare.

Persino voi .

A patto però di strapparvi una buona volta quello smartphone dalle mani, e ricominciare a guardarvi intorno, ad imparare, a rispettare, a viaggiare, a pensare, ad approfondire, a domandare, a dialogare, a mettervi in discussione, ad amare.

Non è facile, lo so.
Ma alla fine siamo gente capace a faticare.

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3 Commenti
  • Alessio Trione
    Giugno 10, 2019

    Che quadro, tanto doloroso quanto vero. La sensazione di vivere tra mostri vestiti da persone normali, da vicini di casa. Fortunatamente e doverosamente tu, giovane, speri. Io, specialmente difronte alla ola per la gratificante morte di un ragazzo trucidato, mi sento migrante. Non concittadino di questi, nato e vissuto lontano da loro e non ne ero consapevole. Non appartengo a questa RAZZA.

  • veronica
    Giugno 10, 2019

    Sono canavesana anche io. La cosa triste è che, non vorrei disilluderti, ti accorgerai presto che Torino è come il Canavese, solo più grande e con un pelo di varietà in più. Poca peraltro

  • Lorenzo
    Giugno 10, 2019

    Caro Corrado,
    ci conosciamo molto poco, abbiamo scambiato per lo più solo poche frasi di convenevoli.
    Leggendo alcuni dei tuoi sfoghi, in particolare quest’ultimo, ho deciso di scriverti.
    Sono un ragazzo del sud che vive da quasi quattordici anni qui al nord, in città.
    Dico così perché non sono del canavesano anche se la zona la frequento molto spesso da un po’ di tempo a questa parte.
    Purtroppo anche in città si sta diffondendo il “savini”.
    Quando decisi a suo tempo di emigrare, perché di questo si tratta, ero convinto di potermi ritrovare in un ambiente dalla mentalità aperta, senza che nessuno ti additasse perché “strano” o “contro natura” ed invece ho avuto modo di appurare che la grande città, che dovrebbe accogliere e formare giovani menti, non sempre è risultata migliore di un paesino del sud Italia.
    La mia formazione, seppur non di livello universitario, e la mia educazione mi hanno permesso di vedere al di là del mio naso e migliorarmi un poco (e ancora ne ho di strada da fare!).
    Seppur provenga da un mondo molto cattolico mi sono ritrovato con dei fondamentali, se posso azzardarmi a chiamarli tali, ossia semplici parole ma di grande importanza per me: amore, speranza e solidarietà.
    Nonostante non sia un fervente cattolico, posso però azzardarmi a dire che come persona (e come me tante altre per fortuna!) non ho mai baciato un Santo Rosario per poi lasciar morire in mare delle Persone, ripeto: Persone, Esseri Umani, non peluches!
    Questo per sottolineare come a volte, come hai detto anche tu, basta informarsi, non essere ancorati ad un…ad un che poi?! Ad una gretta visione della vita?! Conta molto anche la formazione della famiglia, qualunque tipo essa sia…
    La gente non legge più, non apre la mente. Tutti immersi sullo smartphone…io per primo, eh! Mica ne sono esente!
    A volte vorrei potessimo ritornare indietro nel tempo e fermare questa evoluzione tecnologica: non bastavano i vecchi 3310? Chiamate e messaggi, niente social. Neanche sul pc.
    Col lavoro che faccio, a contatto col pubblico, mi ritrovo spesso ad assistere a delle scene che mi lasciano davvero basito.
    Genitori che non hanno il pugno fermo come quelli della mia/nostra generazione (sono dell’85) che se facevi qualcosa di sbagliato partiva subito uno scapaccione di quelli potenti.
    Forse troppo ma oggi siamo proprio all’opposto!
    Avevamo forse anche degli esempi di toppo buonismo nei cartoon della nostra generazione ma perlomeno qualche segno ce l’hanno lasciato…no, scusa, ho formulato male la frase…
    Né libri, “studio matto e disperatissimo”, spettacoli teatrali, cinema, cartoon hanno fatto davvero breccia in noi in questi ultimi anni…almeno parlo di quelli che qualcosa insegnano, anche quelli dove i protagonisti sono degli eroi che salvano il pianeta terra dai cattivi perché vogliono bene al mondo e ai suoi abitanti, cercando di redimere il cattivo di turno e non uccidendolo!
    Esultare per un uomo morto? Ma dove siamo finiti? Ma stiamo davvero parlando di persone che, di media, potrebbero avere tra i 30 e i 50 anni, quindi almeno un diploma dovrebbero/potrebbero averlo?
    Parecchi anni fa andai a vedere uno spettacolo teatrale alle Vallette: molto ma molto più bravi di me che ero agli esordi.
    Tutti possono redimersi, reintegrarsi nella società…se essa li accoglie, se la mentalità rimarrà questa attuale molti tra noi saranno quelli che vorranno che venga gettata via la chiave delle celle per sempre.
    Ti stimo e ti appoggio, carissimo Corrado, per questo tuo progetto ambizioso pieno di quella cosa che amo alla follia: la speranza, speranza di migliorare.
    Siamo tutti Esseri Umani.

    Lorenzo

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