Lasciarsi (a casa)

L’hai lasciato tu.

Non era quello giusto, non per passarci tutta la vita. Non era quello che avevi immaginato all’inizio, o forse sei semplicemente tu che da allora hai cambiato le tue aspettative. L’hai lasciato tu, ok, ma pensavi ti chiamasse. Pensavi che avrebbe rilanciato: aveva sempre fatto così, ogni volta che avevi minacciato di andartene. Aveva ceduto a qualche richiesta, aveva fatto il possibile per metterti a tuo agio, insomma ti era sembrato migliore, ed era riuscito a farti rimanere.

Pensavi ti chiamasse, ma invece stavolta non chiama. Guardi il cellulare, nulla. La mail, niente. Forse non funziona, non prende il 3G! Ti auto-mandi una mail: arriva subito, puntuale come i treni del Ventennio. Merda. Ti auto-telefoni: trovi occupato. Alla fine ti decidi, lo chiami.

Non ti risponde.

Cominci a pensare di avere esagerato: magari le cose si potevano aggiustare, bastava parlarsi. Forse lo ami ancora, in qualche modo. Eppure hai finito per lasciarlo. Ma l’hai fatto davvero? Non avevi solo bisogno di una pausa? Una pausa, sì: devi aver detto così. Ma lui, bastardo, non ha richiamato. Forse ė lui che ti ha lasciato. Forse lo odi. Forse ti manca. No: forse lo odi.
Ogni sera preghi perché le cose gli vadano male: perché senta tutti i giorni che razza di vuoto hai lasciato, perché capisca che non può fare a meno di te, perché ti supplichi di tornare, e tu a quel punto…Uh! E tu a quel punto…vediamo, se torno! Ma continui a controllare su Facebook, e pare che proceda alla grande. Meglio di prima, ad ogni modo meglio di te. Lo odi, lo maledici, scoppi di gelosia al solo pensiero che possa sostituirti. Eppure soffri se pensi che ora al posto tuo potrebbero esserci persone che non lo amano davvero, che lo vogliono solo sfruttare per i loro interessi, che non ne conoscono tutti i segreti che invece tu hai imparato. Persone che faranno in modo di cancellare ogni tua traccia, di distruggere tutto quello che hai fatto e che gli hai lasciato. Tu, che l’hai amato tanto.
Certo, era proprio sbagliato per te, ma l’hai scoperto troppo tardi. E comunque pensavi che, nel peggiore dei casi, avresti accumulato esperienza, e dopo di lui sarebbe stato tutto più semplice. Invece, non hai fatto altro che invecchiare, gli hai regalato gli anni migliori. E ora, passati i trenta, chi ti si piglia più? Gli amici ti dicono di aver pazienza, che troverai quello giusto, quello che ti meriti, quello che ti merita: prima o poi capita a tutti! Ti guardi intorno, ed è vero: sono tutti occupati alla nostra età, almeno così ti sembra.

Invece tu cos’hai che non va? Perché nessuno ti vuole?

Desideravi tanto la libertà, e ora ce l’hai: goditela. Non era quello che volevi? Ti ripetevi che ne avresti potuti avere tanti altri, uno diverso ogni settimana, uno più bello dell’altro. E invece…
Arrivi al punto di risentire quelli che hai avuto prima di lui: magari ora sono liberi, magari ti presentano qualcuno. O magari un giorno tornerai da lui, vi direte che era solo il momento sbagliato. Vi capirete come non vi siete mai capiti, vi piacerete, magari sarai tu a rilanciare, a dare qualcosa in più.

Comincerete qualcosa di più serio, perché no? Con chi, se non con lui? Non avevi mai pensato davvero a un rapporto stabile, prima di capire quanto ti pesa questa maledetta libertà. Ora guardi quelli che ce l’hanno, un rapporto stabile, costruito con tanti sacrifici quotidiani, e un po’ li invidi. Si sono sposati, hanno messo su casa, hanno fatto dei figli, mentre a te sembra di non aver costruito un bel niente.

Questo è all’incirca quello che provi da quando lo hai lasciato, il tuo lavoro.

O da quando lui ha scaricato te, cambia poco. Sempre che tu sia, come me, uno di quei poveri stronzi che si innamorano di quello che fanno. Ti auguro invece di essere uno di quegli altri, quelli saggi che semplicemente lavorano per vivere. Quelli che non rischiano, come me, di farsi sottopagare per amore, di sentirsi traditi quando restano a casa né adùlteri quando mandano un curriculum a qualcun altro, di farsi ricattare e umiliare, e di non pesare il lavoro con la sua unica unità di misura: il denaro.

E in ogni caso, se temi di perdere il lavoro o l’hai già perso, permettimi di darti un consiglio: impara l’inglese. Perché se è vero che l’inglese oggi è importante per lavorare, lo è ancora di più per non lavorare.

Grazie all’inglese non sarai mai disoccupato, al massimo sarai “freelance”.
Non ti ridurrai mai a mendicare, al massimo a fare “fundraising” (o se mendichi da altri mendicanti “crowdfunding”).

E allo stesso modo non ti sentirai mai solo come un cane.
Tuttalpiù “single”.

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