i colori del blu

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Tra le tante storie da cui ho imparato, quella che mi ha insegnato di più è certamente quella di mio nonno.

Il nonno non lo ricordo molto distintamente, ma era un uomo di età apparente sui 75 anni, altezza un metro e sessantasei per settanta chili di peso, con pantofole di feltro bluette e gilet di lana a rombi, che aspettando la cena si sedette comodamente sulla sua poltrona abituale. Era un giovedì di quindici o vent’anni fa, e pioveva: da buon nonno delle fiabe, mi prese piccolo sulle sue ginocchia. E mi raccontò la sua storia, che cominciava così:

“Tra le tante storie da cui ho imparato, quella che mi ha insegnato di più è certamente quella di Eva Barbuţa. Eva aveva tutto ciò che poteva desiderare, e cioè: una bici col cestino, gli occhi pervinca (che è un blu molto chiaro), un angolo cottura angusto eppure dotato di tutto il necessario, assai scarpe, un padre, due piante grasse ciascuna col suo davanzale ciascuno con la sua finestra sulle montagne, un master e la cediglia sotto la t del cognome, che lo mutava da “barbuta” in “Barbuzza” risparmiandole molte derisioni infantili e conferendole una pelle glabra e liscia come quella di un portafogli in finta pelle.

Ma quando nelle storie si dice di un personaggio che ha tutto ciò che può desiderare, la frase dopo comincia sempre con un “ma”. Il “ma” di Eva era che a lei da tutta una vita mancava l’amore. Non che scarseggiassero i pretendenti: aveva infatti un seno notevole e un sedere sodo, e poi altri pregi evidenti e alcuni difetti proprio insopportabili. Ma è arcinoto che quando una ha al loro posto tette e culo, gli uomini tutto il resto tollerano e nulla d’altro vedono.

Il problema è che Eva, fin da piccina, aveva sognato il suo principe azzurro. Era partita, come tutte le bimbe, dal cavallo bianco e dal mantello celeste, e da lì aveva lasciato correre la fantasia. Immaginava venisse dal mare (siccome allora non c’era mai stata immaginava da capo anche il mare) e prevedeva che avrebbero trascorso l’inverno in montagna da lei, e l’estate ai bagni da lui. Il suo era un principe cordiale, sorridente all’occorrenza, elegante, e autorevole nonostante l’esiguità del regno (limitato di fatto a un piccolo giardino ad uso orto, e a un box auto).

La tanto celebrata Fantasia, che nei fanciulli è così potente, solitamente viene diluendosi con la realtà strada facendo, man mano che detta realtà si svela in tutto il suo immacolato squallore. Di solito, per le bambine, il primo esempio di una vita lontana dai sogni e improntata al compromesso è la mamma. E’ la mamma che finta di niente trattiene il respiro quando il papà scoreggia, è la mamma che ha nel portafogli gli scontrini dei regali di Babbo Natale, è la mamma la prima a dire che non si riuscisse a trovare un principe, anche un geometra non sarebbe male.

Per Eva, invece, era stato diverso: lei aveva sì tutto ciò che desiderava, ma questo non significa che avesse una madre, la quale era morta di overdose1 quando lei non aveva compiuto un anno: vuol dire piuttosto che Eva, una madre, pur non avendola non l’aveva mai desiderata. La sua immaginazione femminile non trovò dunque un freno naturale, e crebbe con lei. Del suo uomo ideale si figurò ogni dettaglio fisico: le lunghe gambe, le buffe orecchie, una peluria lieve bionda lungo la schiena. E poi gli sguardi, le modulazioni della voce, l’intreccio delle mani, quello strano modo di trattenere il riso quando non è il momento, con le narici che vibrano e gli occhi sbarrati.

Aveva scelto tutto per il loro matrimonio: il menu, le damigelle e il colore-guida, che era l’indaco. Conosceva le stanze della casa di lui tanto da muovercisi ad occhi chiusi, sapeva le difficoltà del suo lavoro, e la sua passione per i cani da caccia. Si ripeteva le parole d’immutato affetto che si sarebbero scambiati alla cena delle nozze d’argento, e preparava lunghe piccate rivendicazioni sulla propria autonomia di donna lavoratrice, che a lui non sarebbe mai andata giù del tutto. Ma sotto sotto avrebbe adorato fare per lui quei piccoli lavori vecchio stile, come i rammendi alle camicie. Giunse a immaginarne addirittura il nome e cognome (che però non diceva a nessuno “per scaramanzia”), il codice Iban e le pantofole blu, di feltro.

“Come le tue, nonno?”

“Esattamente, solo un po’ più scure. Queste sono bluette.” rispondeva lui. E seguitava:

“Con la sola compagnia del suo amore pensato, Eva divenne donna, senza cedere alle insistenze di alcuno spasimante. Mai. E le piacevano anche, uh, sapessi! Solo che, avendo già bene in mente il suo futuro, conoscere altri le sarebbe sembrato un inutile spreco di tempo ed energie. Attendeva Lui, trepidante, da anni ormai: non poteva dubitare che lo avrebbe incontrato. Quando però cominciò a immaginare come il suo uomo immaginario avrebbe potuto immaginarla, e in questo modo immaginandosi con un’immagine molto diversa da quella che si sarebbe immaginata, capì di essere caduta in un’impasse, e si convinse a entrare in analisi.

Fu un percorso lungo, ma fertile di traguardi. Imparò a non sentirsi giudicata dal suo principe azzurro, recuperò qualche vago ricordo della madre e affrontò la sua labile fobia verso gli ovini. Infine (perché gli psicologi la prendono larga, e intanto ci si pagano il mutuo) giunse non dico a uscire, ma perlomeno a conversare lungamente con alcuni uomini, senza paragonarli al suo ideale e senza sentirsi un’adultera. Anzi, uno ve n’era, il figliolo del postino, che ci mancò poco non ci facesse un pensierino. Mentre il suo principe continuava ad amarlo, solo credendoci un po’ meno: come si crede a un principe dei sogni.

Un giorno però, un giovedì, trovò sul portone del suo condomino un biglietto. Non aveva firma né mittente, ma Eva riconobbe all’istante la grafia, identica a come l’aveva immaginata: era Lui. Diceva solo

Puoi capire: mesi di analisi buttati a schifo. Non ci pensò due volte e scrisse una lettera lunghissima, di più di trentaquattromila caratteri, dove le sembrò di aver spiegato nel modo migliore tutto il senso della sua attesa. Poi, quando fu il momento di inviarla, Eva ebbe un raro momento di autoconsapevolezza: “Tanto, pazza per pazza…” si disse crollando le spalle. Salì alle pendici della montagna dietro casa, e lasciò andare la sua lettera nella corrente del fiume. “Se davvero sta al mare, ci arriverà. Se davvero è destino, la troverà”.

Infatti, tre settimane dopo, un altro biglietto sul portone.

Che per chi, come lei, aveva detto tante e tali cose, è una risposta che può voler dire tutto o il suo contrario. E in entrambi i casi, è devastante. Eva scrisse di nuovo almeno quattro cartelle, questa volta dense di domande e perplessità. E di nuovo nel fiume. La risposta arrivò puntualmente tre settimane dopo.

Eva rimase un attimo paralizzata. Partire, subito, lasciare tutto, cioè: l’analisi, la bici col cestino, l’angolo cottura angusto eppure dotato di tutto il necessario, il grosso delle scarpe, suo padre, le piante grasse ciascuna col suo davanzale ciascuno con la sua finestra sulle montagne. E per cosa? Per un invito senza nome. Per un luogo immaginato. Per un finale incerto. No, Eva si diede un’altra risposta, lei si disse: per amore. E può essere anche vero, come sostengono certi, che l’amore prima o poi tocca tutti: ma certo è che dai paurosi presto fugge e non ritorna.

Basta, era deciso. Eva, lei che non aveva mai viaggiato prima di allora, comprò un biglietto di sola andata per il mare. Si congedò da tutto e tutti, stipò il bagaglio fino al limite di peso consentito, e andò a prendere il suo primo (e chissà, forse ultimo) aereo. Salendo a bordo sentiva la gola stretta, e per l’emozione del volo e per ciò che l’avrebbe attesa dopo. Quando l’aereo chiuse i portelloni e cominciò a rollare sulla pista, le vennero la voglia di tornare indietro e insieme la percezione lucida di non potere: ora avrebbe inevitabilmente fatto i conti col suo futuro, qualunque fosse. Si domandava se non sarebbe stato più saggio continuare a sognare, anziché darsi in pasto alla delusione. Avrebbe trovato qualcuno, ad attenderla, di lì a poco? Si sarebbero riconosciuti? Cosa si sarebbero detti? E se lui fosse stato come nei suoi desideri, lui l’avrebbe desiderata altrettanto? Assorta in questi pensieri, Eva quasi non si accorse che l’aereo era ormai decollato. Era appena riuscito alla luce cerulea del cielo, attraversato uno strato di nubi, quando fu folgorata da un dubbio tardivo: “e sei quei biglietti non fossero per me?” Ma ebbe appena il tempo di rabbrividire: all’improvviso il.

Il?

Il nonno taceva, con la bocca semiaperta, e nella gola un lungo rantolo di dubbio.

“Nonno, all’improvviso il? “

“Dunque, dove eravamo..?”

“Sull’aereo, Eva ha attraversato le nubi, e…?”

“Non me la ricordo più”

“Vabbè, dimmi almeno come va a finire!”

“Sai figliolo, ho una malattia: si chiama l’Alzheimer”

“Facciamo così, nonno. Provo a indovinare, e se ci azzecco magari ti viene in mente. Allora: Eva trova lui, è come pensava, e vivono felici e contenti”.

Il nonno taceva, pensieroso. Con la testa, negava.

“Eva ha preso le lettere di un altro, non trova nessuno e nel frattempo, da un’altra parte, c’è qualcuno che aspetta inutilmente”

Il nonno pareva non sentire.

“Aspetta, aspetta: lui esiste però è un maniaco omicida. Oppure l’aereo sbaglia strada, e si ritrovano…”

“Ma guarda” Mi interruppe il nonno, perentorio. “Puoi anche continuarla come vuoi, ma credo proprio che vada già bene così”

“Ma cosa dici? Una storia non può finire con “il”!”

“E perchè no?”

“Beh, perché non ha senso!”

“Ce l’ha eccome! Ad esempio significa che è da imbecilli appassionarsi a una storia, soprattutto se a raccontarla è un malato di Alzheimer, o peggio uno di cui non si sa nulla. Perché può darsi che ci deluda, o addirittura che non si concluda. Appassionarsi a una storia è rischioso quanto prendere un aereo, e mettersi nelle mani di un pilota sconosciutissimo, che può costringerci a non tornare indietro, può dirottarci oppure farci precipitare. E’ stupido come affidare delle lettere a un fiume, o come riservare il proprio amore a qualcuno che nemmeno sappiamo se esiste. Chi è capace di ascoltare una storia, potrebbe essere benissimo uno che getta le sue parole nella corrente. Chi è disposto a prendere un aereo, probabilmente è uno in grado di amare. E’ la stessa cosa, con sfumature diverse: come i colori del blu. Perché in tutti i casi, se ti abbandoni a qualcosa che non dipende da te, hai un particolare tipo di coraggio che si chiama “fiducia”. E il più delle volte la fiducia è una caratteristica peculiare dei coglioni. A fidarti di me, figliolo, ti sei dimostrato abbastanza coglione, e per questo ti invidio. Invecchiando lo si è sempre meno, mentre ci sarebbe un disperato bisogno di esserlo di più. E ora levati dalle palle, che devo dormire.”

E così il nonno si appisolò, né fece mai più parola di Eva Barbuţa, lasciata a dissolversi coi suoi occhi pervinca e i suoi dubbi nel cielo vago che è sopra le nubi. Anzi, il sabato mattino successivo, anche mio nonno sparì.

Lo si cercò dappertutto, finì pure a Chi l’ha visto, con quella descrizione che è tutto ciò che ricordo di lui:

Uomo

Età apparente sui 75 anni

H.: 1,66 m

Peso: 70 kg

Indossa pantofole di feltro bluette e gilet di lana a rombi

Malato di Alzheimer.

Inutile: non se ne seppe più nulla. Solo, tre settimane più tardi, una delle pantofole fu ritrovata in riva al mare, su una delle spiagge più belle della regione. Ci fu chi pensò a una fuga – un caso non raro- che il nonno cioè avesse preso un aereo verso un posto più caldo e lontano. Chi invece sostiene che, forse smarrito per un accesso della malattia, abbia raggiunto il mare per essersi fatto scivolare nel fiume. Chi ancora, legittimamente, ipotizza che mio nonno non sia addirittura mai esistito. Chissà.

Per quanto mi riguarda, non mi faccio domande. So di sicuro che mio nonno ha raggiunto Eva, nell’affollato regno delle storie incompiute. E credo che una cosa non debba per forza finire, per avere un suo senso.

Tantevvero che, tra le tante storie da cui ho imparato, quella che mi ha insegnato di più è certamente quella di mio nonno.

1Si può supporre, col senno di poi, per un’inattitudine genetica al compromesso con la realtà

Illustrazioni di Giulia Antoniotti
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